02/07/07

Non posso essere io il tuo bashert

Citando "Il Rebbe di Kotzk e il vero amore"
Che cos’ha di peculiare l’innamoramento, che porta anche lo scettico più indurito a riconsiderare la sua teologia? Fino a un certo punto riteniamo di comandare il corso delle cose e di colpo ci ritroviamo avviliti umiliati e elevati di fronte alla complessità, ora trasparente, di un altro e più alto ordine di connessioni.
Mia nonna aveva una parola yiddish per questo: bashert, non “predestinato” o “preordinato” bensì “qualcosa che andrà così”. Improvvisamente, non ci si può sbagliare: infatti ciò che accade è bashert. Possiamo analizzarla come vogliamo ma se una cosa ha un dato orientamento, allora qualcuno o qualcosa l’ha orientata! Ecco che Dio fa di nuovo capolino.
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Così risulta che quando le persone s’innamorano si abbandonano non soltanto l’uno all’altra, ma a qualcosa di ancor più grande: se facessimo sempre così! se potessimo rigettare le nostre macchinazioni segrete e i secondi fini, anche noi potremmo scorgere, operante nella nostra vita, la dinamica di qualcosa o qualcuno più grande.


Chissa' se lo sai tu che hai scelto l'armatura e la trincea, la solitudine ed il silenzio, che bashert è un temine legato alla fiducia ed all'abbandono.
Alla fede in una mano che protegge: una mano che dona vita.
Non è la predestinazione del concetto occidentale, ma la carezza della mano Dio della teologia ebraica.
Hai scritto: 'Preferisco la morte solitaria alla vita nella mandria; preferisco l’eroismo solitario della tenda al tepore della camerata la notte prima dell’assalto. Ma preferisco la solitudine anche come scudo estremo contro la necessità del confronto, contro la certezza del tanto tempo perduto distribuendo energie su fronti inutili, contro questa urgenza di meritarmi la vita che mi ha sempre portato a trascurare me stesso, contro un numero di nemici che non ha mai avuto tregua da anni e che mi ha reso guardingo e diffidente'.
Io preferisco espormi al dolore di un amore non condiviso perche' fa parte della vita e mi ricorda quanto e' preziosa la gioia e la felicita', preferisco la comunita' che mi confronta e mi sostiene, avrei preferito uscire dalla dinamica della guerra e barattarla con la dinamica del dono e della gratuita', perche' ci meritiamo la vita e ce la meritiamo in abbondanza. In trincea o si uccide o si viene uccisi, si assalta o si subisce un assalto, la vita e' un dono troppo prezioso per spenderlo in trincea.
Non ti ho convinto ad uscire da li' neanche regalandoti un pezzo del mio cuore.
Te lo lascio uguale.
Se come dici tu, siamo destinati ad essere amici, sara' un'altro "bashert", si compira' quando sara' il suo tempo.

2 commenti:

Chiara ha detto...

Io sono sempre stata la vestale della solitudine: la ritenevo una condizione necessaria per essere davvero liberi. È così. Ma che senso ha la libertà senza l'amore?
E non parlo solo dell'amore romantico, ma di quello che puoi provare per i tuoi figli, i tuoi gatti, i tuoi amici, i genitori e i nonni. Le persone care ci legano, ma che senso avrebbe la vita senza di loro?
Si può vivere in trincea, per carità, ma combattere non ha senso se non hai nulla da difendere.
Bacione
Chiara

tartablu ha detto...

Cara Chiara, la ragione x la trincea c'e'... ed e' la difesa di una figlia, anzi la difesa della relazione con la figlia dopo la separazione. Ma per me non si puo' vivere solo di guerre, anche quando e' necessario e fondamentale combatterle (sono una figlia cresciuta in una separazione, so di cosa parlo). E soprattutto se si combattono da soli, senza mai un confronto, si finisce induriti ed inariditi. Ma anche se sono una figlia, non ho figli, e quindi forse non posso capire fino in fondo. C'ho che ho offerto era uno spazio ed un tempo fuori dalla trincea in cui godere della vita. Ma e' chiaro che non sono io la donna che gli donera' di nuovo il sorriso.
Però tu sei sempre un tesoro che passi di qui :-)))
Tartablu